Woven Hand live @ Unwound – Padova 30/11/2008

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Chi c’era sa cosa ha ascoltato. Chi non c’era si maschera dietro alla frase “si vabbè, ma non sono più i 16 Horsepower!!!”. Si, certo, non c’è più quella band che ha regalato almeno due capolavori di gothic folk (come piace a qualcuno chiamarlo) come Sackclothes’n’Ashes e, soprattutto, Secret South. Non ci sono più loro, ma lui è ancora lui. E David Eugene Edwards, 40 anni, biondo sciamano di un’America ancestrale, oscura e torbida, è pronto a svuotare davanti al suo pubblico tutte le inquietudini della sua anima, attratta parimenti dalle tentazioni e bassezze della vita terrena e le ossequiose spinte religiose che la pervadono. Le sue cavalcate sbilenche tra elettricità esagerata ed inquieti ritmi acustici, impreziosite da una voce precisa, intonata ed incredibilmente bella, ci raccontano l’America a 360 gradi, a partire dalle raffigurazioni di Toro Seduto che campeggiano sulla grancassa rossa della batteria, fino alle paludi di New Orleans (inequivocabilmente rievocate dalle note di White Knuckle Grip). Sta lì la chiave di tutto: raccontare quella parte d’America sporca, misteriosa, torbida e contaminata dal male, mentre tende con tutte le sue forze verso il bene. E così, David Edwards prende le sue canzoni come vecchie locomotive d’epoca e le mette una dopo l’altra sui binari del palco. Le fa partire piano piano, per divertirsi nell’accelerarle poco alla volta, sempre di più, facendosi aiutare dagli altri tre del gruppo. Loro però devono solo mettere il carbone nel focolaio, è David che regola la velocità e la direzione. Mai ho visto un uomo solo sul palco così posseduto (o forse solo terribilmente “fatto”) e vivo allo stesso tempo. Si alza solo per cambiare le varie chitarre elettriche ed il mandolino (vecchio ed immortale, come sembra essere la sua musica). Quando è seduto sul suo sgabello nero, gli occhi cercano traiettore assurde e spiritate, lanciano inquietanti fissi sguardi di ghiaccio, si chiudono quasi in preghiera. Le sue gambe si lanciano alte e libere nelle possenti ed assordanti cavalcate chitarristiche. La sua bocca si alterna tra due microfoni (di cui uno, rigorosamente vintage), girandoci intorno, lasciando uscire note perfette e motivi cantilenanti, quasi sermonici. Le sue braccia si alzano in alto lasciando intravedere un tatuaggio che Mauro mi indica essere una scritta in ebraico (di cui non sappiamo ancora la traduzione…). Qui c’è tutto. Perchè gli Woven Hand sono soprattutto lui, David Eugene Edwards da Denver, Colorado. Il resto è contorno, dà potenza e vigore ad un messaggio che già di per sè ne è pieno. Per i bis concede al pubblico una incredibile versione di Black Soul Choir (dal repertorio 16 Horsepower), ampiamente riveduta e corretta, distribuita in due parti, di cui una in completa solitudine ed una full band. Infine imbracciata una fisarmonica, che sembra abbia 200 anni, intona una American Wheeze da brivido, che chiude due ore di concerto memorabili. Perfino l’ultimo album, Ten Stones (Woven Hand) assume un valore live che non ricalca minimamente le performance da studio. Horsetail è fulgida nelle progressioni chitarristiche e nella polvere che sembra venir sollevata dalla batteria, per non parlare di The Beautiful Axe, quasi irriconoscibile. Non posso dire di aver visto la più grande band del pianeta, ma forse uno dei più grandi frontman, dall’esagerata personalità. Anche l’Unwound, non stracolmo, ma molto molto caldo, si è mostrato la location ideale per un concerto che rimarrà certo negli annali sicuramente del sottoscritto, ma non solo…
Se solo quest’anno non avessi avvicinato Neil Young (e per ben due volte), non avrei problemi nel dire di aver assistito al più grande concerto in cui mi sia mai imbattuto…di sicuro nel più grande leader. Dave Edwards è mitologico, e credo che, se non lui, almeno noi tutti, ce ne siamo resi conto.

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2 commenti su “Woven Hand live @ Unwound – Padova 30/11/2008”

  1. prof Says:

    L’esperienza live ha superato di gran lunga l’ascolto dei dischi… Già durante il concerto pensavo che questa musica è la colonna sonora perfetta dei libri di Cormac McCarthy, che io apprezzo particolarmente; l’ultimo, La strada, ha vinto il premio Pulitzer l’anno scorso… poi è venuto il film da Non è un paese per vecchi… ecco per esempio secondo me la musica dei Woven Hand potrebbe benissimo riempire il vuoto sonoro di questo film dei Coen…

  2. sandy Says:

    è stato davvero un live fenomenale, che resterà nella memoria per lungo tempo, chi se lo aspettava poi. Il carisma di DEE è davvero incalcolabile, pur restando sempre seduto su una sedia. La lunghezza del live mi ha stupita, è anche l’ottima scelta della scaletta che alternava bene i pezzi del nuovo e altri più vecchi, più i pezzi storici che ci ha concesso e che assolutamente non mi aspettavo (American Wheeze non riesco a smettere ancora di ascoltarla a ripetizione!). Bravo, geniale, mi fa apprezzare ancora di più il suo Ten Stones. E ringrazio mauro+marco per avermi avvicinato al personaggio


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