Into the wild – film e colonna sonora –

 

(J-records) 2007

1. Setting Forth
2. No Ceiling
3. Far Behind
4. Rise
5. Long Nights
6. Tuolumne
7. Hard Sun
8. The Wolf
9. End of the Road
10. Society
11. Guaranteed

“Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa del mio amore. Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza che non trovava sfogo in una vita tranquilla”

Lev Nikolaevic Tolstoj

Christopher McCandless è disposto a perdere tutto pur di trovare se stesso e una dimesione più autentica nei confronti dell’esistenza. Ha ventiquattro anni e il furore idealista che brucia dentro di lui lo porta a guardare con disgustata insofferenza qualsiasi compromesso. Per lui, come scriveva un grande poeta, “è meglio tradire che essere fedeli a metà”. Così, nel 1992, dopo aver conseguito la laurea, decide di abbandonare la propria famglia e di iniziare un viaggio attraverso l’America.  Spezza ogni legame con l’opulenta e soffocante società occidentale, rifiutando alcuni dei suoi simboli più macroscopici: una residenza stabile e dignitosa, una macchina nuova, i soldi, le carte di credito… Per iniziare un volo – o una discesa all’inferno – è bene liberarsi di tutti i pesi inutili.

Per recidere in modo più netto i legami con il suo passato cambia anche il proprio nome, ribattezzandosi Alexander Supertramp. Lavora nei campi di grano del South Dakota, discende il fiume Colorado fino al Messico, va da Los Angeles alla baraccopoli di Slab City. Infine arriva in Alaska, in mezzo alla natura selvaggia, e trova rifugio in un autobus abbandonato. Ma dopo 113 giorni in Alaska, estenuato dalla fame, mangia una pianta velenosa e muore. Quella che ho riassunto sopra per sommi capi è la trama dell’ultimo struggente e bellissimo film di Sean Penn Into the Wild, tratto dall’omonimo romanzo di Jon Krakauer e ispirato ad una storia vera. Penn sceglie di raccontare la storia in modo divagante, attraverso una scansione per capitoli ed un sapiente ed efficacissimo uso dei flashback. (A tal proposito si pensi alla scena finale. Tutto il film non fa che preparare il suo avvento accumulando uno stato di strisciante inquietudine, e quando l’inevitabile accade ci colpisce come un colpo d’accetta al cuore). La telecamera riesce a catturare la potenza e l’ispida bellezza dei diversi paesaggi americani e a farci toccare con mano la fame d’assoluto e la tensione panica che domina il protagnonista. Certo qua e là il regista calca un po’ troppo la mano, ma nel complesso la sua è una regia vigorosa e di grande spessore. Davvero convincente, appassionata e generosa l’interpretazione di Emile Hirsch, che riesce a tratteggiare con straordinario mimetismo il giovane Cristopher McCandless.

Merita qui riflettere più a fondo sul vero senso della storia o meglio su quello che per me è il suo messaggio più profondo. Se avessi visto il film quand’ero più giovane, avrei riconosciuto in Christopher McCandless un eroe da imitare, un ragazzo come tanti che trova il coraggio di spazzare via tutte le convenzioni, le sovrastrutture, le false comodità che intossicano e corrompono la genuinità dell’esistenza. Avrei ammirato il suo furore idealista, il suo rifiuto delle mezze misure, la volontà di sfuggire qualsiasi compromesso per trovare una piena immersione nella natura. Sarebbe venuta anche a me la voglia di piantare tutto, di partire e di ricercare me stesso nel movimento e nel viaggio. Molti si sono lasciati entusiasmare da questa prima lettura eppure essa è solo la parte superiore dell’iceberg. La vicenda di McCandless mi appare invece piena di crepe e di contraddizioni. Vediamone alcune delle più evidenti. Il grande poeta latino Orazio scriveva: caelum non animum mutant qui trans mare currant. / Strenua nos exercet inertia: navibus atque / quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est, / est Ulubris, animus si te deficit aequus. Che tradotto suona più o meno così: cambia cielo, non animo, chi corre di là dal mare. Un torpore smanioso ci logora, noi che cerchiamo con navi e quadrighe la vita felice: quello che cerchi è qui, è ad Ulubre, se non ti manca l’equilibrio dell’animo. McCandless crede che cambiando cielo si libererà anche dei suoi fantasmi, eppure questi, sotto qualsiasi cielo, continuano a perseguitarlo. Il vero viaggio si fa dentro se stessi. Certo il viaggio, come insegna la più grande letteratura di ogni tempo, aiuta a riscoprire se stessi, ma solo se esso diventa una totale apertura al mondo. Il fantasma più evidente che perseguita il protagonista è il rapporto conflittuale e irrisolto con i genitori. La sua è una famiglia borghese e benestante, apparentemente felice, che all’interno nasconde invece tensioni e lacerazioni deflagranti. Invece di affrontare questi fantasmi, il protagonista cerca di allontanarsi da essi, ma questi lo inseguono fino alla morte. Non a caso le ultime immagini che vede McCandless sono quelle della sua famiglia e di un’armonia e di un ricongiungimento mai trovati. Christopher è miope, non sa leggere la sua esistenza, i suoi moventi interiori più nascosti e nemmeno le opportunità che la vita gli offre. Fa incontri importanti, ma non ne approfondisce, in fondo, nessuno. E’ talmente preso dal suo sogno di immersione in una natura primordiale che non si accorge di nient’altro. In una scena del film si vede Geroge Bush Senior in televisione che dichiara guerra all’Iraq, ma lui non lo vede neppure. Probabilmente nemmeno si sarebbe preoccupato delle lotte che stanno avvenendo in Tibet in questi giorni. Il suo narcisismo di figlio ferito lo porta ad un individualismo sfrenato e poco attento alla realtà circostante, che a tratti raggiunge anche insani deliri di onnipotenza. E questa scarsa attenzione finirà per pagarla cara. Sopravvissuto indenne ad un’avventurosa discesa in barca del fiume Colorado, morirà in maniera banalissima a causa della sua inesperienza e incapacità di leggere davvero il libro della natura. Non ci si improvvisa uomini selvaggi. Gli sarà infatti fatale il non essere riuscito a conservare la carne  dell’animale ucciso e il non aver riconosciuto un’erba velenosa. A riprova della sua miopia va aggiunto un particolare che non si trova nel film di Penn: a poche miglia dal luogo della morte di McCandless c’era una strada. Se avesse avuto una carta, si sarebbe salvato. Tra i pacchetti viaggi tutto compresso e stabilito fin dalla partenza nei minimi dettagli e il partire privi di tutto, anche delle norme essenziali per sopravvivere, esistono anche altre  possibilità. E poi occorreva la solitudine ghiacciata dell’Alaska per capire che non esiste felicità senza condivisione? Se non fosse stato così preso da se stesso , l’avrebbe compreso grazie ai numerosi e importanti incontri fatti lungo la via.  La grandezza del film di Penn sta in questo suo sguardo morale che non è mai però semplicistico o accusatorio. McCandless non viene giudicato, spetta allo spettatore questo compito. Sicuramente, la frase finale, non c’è gioia senza condivisione, è un’esplicitazione abbastanza chiara del punto di vista di Penn. Anche la più nobile crociata idealistica ha bisogno del calore umano degli altri. Si posso accettare alcuni compromessi della società senza per questo farsi deturpare e corrompere da essa. Si possono combattere alcune delle storture più evidenti del sistema guardandole in faccia e non aggirandole fuggendo in Alaska. E’ più nobile affrontarli, i propri fantasmi, che fuggirli.

Ma questo è un blog musicale e vorrei spendere ora due parole sulla vibrante colonna sonora originale che accompagna il film e che è stata scritta dal carismatico cantante dei Pearl Jam, Eddie Vedder.  Essa, oltre ad aggiungere profondità e valore alla pellicola, può essere considerata a tutti gli effetti anche l’esordio solistico di Vedder. Le canzoni, musicalmente piuttosto scarne ed essenziali, sono influenzate fortemente dal film, sia per quanto riguarda la durata –  molte di esse non superano i due minuti – sia per quanto riguarda i contenuti. I testi infatti altro non sono che una sorta di libero flusso interiore delle emozioni e dei pensieri del protagonista. In questo senso hanno una funzione potentemente diegetica e non puramente emozionale ed esornativa. Emblematiche in tal senso sono le bellissime Society – che però non è stata scritta da Vedder – e Guaranteed. Porto a titolo esemplificativo due spezzoni:

Quando vuoi più di quello che hai, pensi di avere bisogno
Quando pensi più di quello che vuoi, i tuoi pensieri cominciano a svuotarsi
Penso di dover trovare un posto più grande
Perchè quando hai più di quello che pensi, hai bisogno di più spazio

Società, sei una razza folle
Spero che tu non sia sola, senza di me

Società, davvero folle
Spero che tu non sia sola, senza di me

(Society)

Tutti quelli che incontro, in gabbie che hanno comprato
Pensano a me e al mio girovagare, ma io non sono mai quello che pensavano
Ho la mia indignazione, ma sono puro in tutti i mei pensieri
Sono vivo…

Vento tra i miei capelli, mi sento parte di ovunque
Sotto il mio essere c’è una strada che è scomparsa
A notte fonda sento gli alberi, stanno cantando con i morti
Sopra di me…

Lascia che mi occupi io di trovare un modo di essere
Considerami un satellite, in orbita per sempre
Conoscevo tutte le regole, ma le regole non mi conoscevano
Garantito.

(Guaranteed)

Notevoli sono anche la coinvolgente Hard sun, cover di un brano del cantautore canadese Indio (pseudonimo di   Gordon Peterson), Rise e Far Behind.

Into the Wild e la sua colonna sonora rimangono per me memorabili tanto che dopo aver visto il film per alcuni giorni non sono riuscito a vedere altro, tanto ero traboccante di emozioni – e questo è tutto dire considerando la mia bulimia cinematografica – nè ad ascoltare altro se non le canzoni composte da Vedder per il film. Se non lo avete ancora visto, andatelo a vedere.

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7 commenti su “Into the wild – film e colonna sonora –”

  1. jikk Says:

    Il film e la colonna sonora sono davvero divini. “Into the wild” è stato recensito nel mio blog. 🙂 se ti va passa da me a farmi un saluto

    ciao!

    jikk

  2. lisa Says:

    Io lo volevo vedere ma adesso non so…soffro davvero di mal d’america (mal di states) e temo tanto che se lo vedrò o ascolterò la colonna sonora il mio male non potrà che diventare più intenso. O più dolce.

  3. fabiog Says:

    Mi sa che diventerà più struggente Lisa, più intenso e più dolce…vinci il tuo mal d’America e non perderlo…

    Jikk grazie per essere passato e per aver letto il post. Visiiterò senz’altro il tuo blog…

  4. Negro Says:

    grande film, grande colonna sonora. Bravo Sean.

  5. GAntonella Says:

    Film e musiche stupende… complimenti!

  6. luciano grossi Says:

    quando si ha dentro qualcosa in più è bene esprimerloe Sean, grande interprete di grandi film si è ovviamente rivelato straordinario anche come regista. Mitico Sean.

  7. mikyjpeg Says:

    Ci siamo spostati, commenta sul nuovo sito


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