Thunder road

Quello che vi accingete a leggere sarà uno scritto piuttosto lungo e personale. So anche che non tutti potranno essere interessati a leggere l’intera faccenda ma è la storia di un amore, il mio, per un grande personaggio della storia del rock, Bruce Springsteen. E dopo ormai cinque mesi di blog non potevo più aspettare.liveimage.jpg

Quello che mi ha legato di più a questo figlio dell’america operaia che ha incarnato e tuttavia raccontato con disincanto il sogno americano è ciò che Springsteen stesso incarna. Ovvero tutto quello che io amo nella musica. Tutto nasce dalla sua storia personale, così vicina ai sogni di libertà degli adolescenti e tuttavia fatta di lavoro e sudore. Io avrei voluto vivere una vita del genere ma è una cosa irrealizzabile perchè siamo in Italia, perchè il nostro percorso fino ai 25 anni è già stabilito, perchè alle comodità è difficile rinunciare anche se si insegue un sogno. Per capire meglio quello di cui parlo è dunque tracciare un po’ di questa storia. Springsteen nasce a Freehold, NJ nel 1949, figlio di un irlandese-olandese e di una italiana. Praticamente la miscela di sangue più nera che un bianco possa avere. Le condizioni di vita sono precarie, come nella maggioranza della popolazione americana che abita in città di periferia nate su una strada e che finiscono cento metri più in là. Una pompa di benzina, un paio di bar, e la strada che porta verso il mare. Il rapporto con il padre non è idilliaco, dopotutto è un ragazzo che cresce nel momento in cui in america i giovani cominciano a rispondere male ai propri genitori. E’ proprio da una delle principali figure di questo inizio di ribellione, Elvis Presley, che comincia ad interessarsi alla musica. E’ una tipica storia americana: Elvis ha portato la musica rock, così diversa da quella che i genitori ascoltavano alla radio, a migliaia di ragazzini americani che ne sono rimasti affascinati. Penso che gli europei non possano comprendere a fondo quanto questo legame sia forte.
La prima chitarra viene acquistata per 18 dollari a 13 anni. Soldi guadagnati tramite lavoretti e sommati con il sudore. Qualche anno più tardi sarà la madre a regalargliene un’altra, per la quale dovrà chiedere un prestito. I rapporti col padre vanno anche peggio e di questo Springsteen parlerà spesso nei suoi concerti, spesso però gonfiando i fatti e ricamandoci sopra:

Quando stavo crescendo io e mio padre eravamo soliti a scagliarci contro tutto il tempo.. praticamente su qualsiasi cosa. ma, uh,io ero solito avere dei capelli veramente lunghi, più giù delle mie spalle (risatine) Avevo 17 o 18 anni. oh, gente, lui lo odiava.. e noi finivamo percombatterci così tanto che io, che io passavo così un sacco di tempo fuori da casa. e in estate non era così male.. era caldo e. i tuoi amici erano in giro. ma in inverno, mi ricordo stare in piedi giù in città e ti prendeva un gran freddo. e quando il vento soffiava, avevo questa cabina telefonica in cui ero solito stare (risatine). e chiamavo la mia ragazza per ore ogni volta, giusto per parlare con lei durante tutta la notte. e alla fine mi facevo coraggio per andare a casa. e stavo in piedi là sul passo carraio e lui stava aspettandomi in cucina. e mi raccoglievo i miei capelli giù sotto il colletto.. ed entravo. e lui mi chiamava indietro per sedermi accanto alui. e la prima cosa che mi chiedeva sempre era come io pensavo di impiegare il mio tempo. e la parte peggiore di tutto era che non riuscivo mai a spiegarglielo. Dal parlato che precede The River (Live ’75-’85)

La precarietà finanziaria porta la famiglia a traslocare spesso fino a trasferirsi in California. E’ qui che cambia la vita di Springsteen: lui rimane nel New Jersey. Perchè ha cominciato a farsi un nome, a suonare. Comincia a 16 anni con i Castiles e già dimostra quello che diventerà un marchio di fabbrica: attenzione per i dettagli e la preparazione dei concerti e SHOW. E’ la distinzione principale che divide Springsteen dal resto delle band del NJ. Lui non solo suona, fa show. In breve comincia a suonare dovunque, e formare band diverse. Suona tutto il giorno e vive sui divani degli amici. Con gli Steel Mill prova pure un tour attraverso l’america verso la California ma tornano sulla East Cost in breve tempo senza aver guadagnato nulla. Viveva di musica. Chi, appassionato di musica e musicista, non lo vorrebbe? Eppure viveva in povertà, alla giornata, senza futuro. Era schivo e riservato ma sul palco…. Fire! La svolta avviene quando fa un’audizione per John Hammond alla Columbia (lo scopritore di Dylan) il quale lo lancia, per l’appunto, come il nuovo Dylan con l’album Greetings from Asboury Park, NJ. Ma non è un successo perchè Bruce non è Bob. E’ un uomo da rock’n’roll e si esalta con una band. Il successo infatti arriva nei luoghi dove suona e dove è venerato. Ed è proprio da uno di questi concerti (per il lancio di Born to Run) che arriva la consacrazione: un critico musicale John Landau lo vede e scrive: Ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen. La notizia rimbalza ed i due principali settimanali americani, Newsweek e Time lo mettono in copertina. Il resto è storia.

Molti ritengono che Springsteen sia uno dei maggiori casi di gonfiaggio da parte della stampa di un musicista. Dicono che è sopravvalutato, che non ha portato niente alla musica. E’ vero, Springsteen non ha inventato niente di nuovo. Ha avuto il merito di ritirare fuori il rock’n’roll in un momento in cui altri generi come il r’n’b, il nascente punk, il fusion, l’hard rock etc.. lo stavano eclissando. Ha riscoperto autori degli anni ’50 come Otis Redding, Gary “U.S.” Bonds e li ha portati in giro per l’america. Già, in concerto. I concerti di Springsteen sono sempre stati leggendari ed hanno rivoluzionato la musica. Prima i concerti duravano un’ora oppure vi suonavano più band. Springsteen ha cambiato tutto perchè dopo che saliva lui sul palco il pubblico fischiava chiunque venisse a prenderne il posto. Ancora si parla del lancio di Born to Run, 10 giorni di concerti consecutivi, due concerti al giorno (pomeriggio e sera) da tutto esaurito. Nel 1978 i suoi concerti duravano dalle tre alle quattro ore. Quando arrivò in Italia, a Milano nell’85 le ore furono quattro e mezza (con mezzora di pausa). Robe da svenimento. Perchè il Boss (nomignolo affibiatogli per la maniacale cura della preparazione di pezzi e concerti) ha sempre pensato che chi pagava il biglietto (e sono sempre stati cari!) aveva il diritto di pretendere tutto quello che era umanamente possibile aspettarsi. Questo per me è il significato del rock, la voglia di stare su quel palco fino a svenire. Il confronto con le “star” attuali è quasi avvilente. Ed è questo che tentavo di mettere nei miei umili concerti…

E poi la musica. La musica è trascinante, coinvolgente. E’ una musica fatta di storie, dove i personaggi hanno nomi e cognomi, soprannomi identificativi, e si muovono su mondi reali, su strade conosciute. Mary, Jane, Johnny, Bobby Jean, Linda… sono tutti personaggi che diventano reali, che hanno una storia vera e la vivono con dolore, fatica, felicità. Non si parla di alti ideali ma di vite vissute, di sogni o di speranze infrante. Tutto supportato da una macchina da guerra che risponde al nome di E-Street Band. Una band composta da amici prima ancora che musicisti, da gente che ha vissuto assieme e condiviso celebrità, tour e bagni di folla. E ha suonato Light of the day nonostante tutti gesti fatti dal capobanda.

Altra nota distintiva del Boss sono le scelte personali. A volte strane, non condivisibili ma sempre coerenti. Dopo il planetario successo di Born in the USA avrebbe potuto sfornare decine di dischi del genere invece ha deciso di sciogliere la band, crearne un’altra, sperimentare, per poi buttarsi sull’acustico ed impegnarsi in un progetto di alto contenuto letterario come The goast of Tom Joad. Ma sono solo degli esempi perchè la carriera di Springsteen è piena di canzoni non rilasciate di una bellezza sconcertante. Regalare a Patty Smith una dorata carriera in virtù di Because the Night, o tralasciare una canzone come The promise su cui chiunque avrebbe potuto vivere di rendita o ancora relegare a B-side cover come WAR. Sono scelte non da poco, fatte per conservare la coerenza nei propri lavori. La musica usata anche per impegni sociali come la stepitosa Roulette scritta per il NoNukes! e rilasciata solo in Tracks a distanza di vent’anni, o come Streets of Philadelphia, vincitrice dell’Oscar per l’omonimo film, Dead Man Walking sulla pena di morte o 41 Shots sulla violenza della polizia newyorkese o la già menzionata WAR e la stessa Born in the USA sul Vietnam:

We grew up in the sixties, we grew up with war on TV every night. A war that your friends were involved in. I want to do this song tonight for all the young people out there. If you are in your teens… cause I remember a lot of my friends were 17 or 18 and we didn’t have much of a chance to think about how we felt about a lot of things, and … next time they’re gonna be looking at you and you’re gonna need a lot of information, to know what you’re gonna do .. because in 1985, blind faith in your leaders or in anything will get you killed.
Cause what I’m talking about here is:War.

Tutto ciò mi fa amare Springsteen. Tutto questo più i concerti che ho visto: al primo, Bologna 2002, non ero preparato e sono uscito del tutto stordito come se fossi passato in un ciclone; a San Siro nel 2003 sotto il diluvio mi sentivo come Jack Blues quando esclama “IO HO VISTO LA LUCE”; all’Arena di Verona ho trovato assurdo e tuttavia fantastico cantare canzoni popolari americane di ottant’anni fa…. e tutti gli altri. Più piangere ogni volta che ascolto Jungleland e quell’infinito assolo di Sax o la presentazione della band in Tenth Avenue Freeze Out.

Qualcuno ha scritto qualcosa tipo: ascoltare una versione live di Racing in the Street mentre guidi da solo sulla strada la notte è un’esperienza che può cambiare la vita. E’ vero. Ma per poter apprezzare veramente Springsteen bisogna conoscerlo piano piano, scoprire le faccettature della sua produzione immensa, fatta di studio, live e bootleg. Nessun singolo album può far capire la musica di Springsteen. La prima volta che ho messo su Born to Run non mi è piaciuto. Ora non posso farne a meno.

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10 commenti su “Thunder road”

  1. fabiog Says:

    Che dire Mki, non posso che associarmi a te nell’amore incondizionato per Bruce. Da quando, in seconda superiore, mi regalarono due misteriose cassettine che si intitolavano Nebraska e Born in the Usa, Bruce non è più uscito dalla mia vita. Per vederlo in concerto sono addirittura andato a Monaco bruciando un esame, e l’anno scorso a Verona, nel tour dedicato alle canzoni di Seeger, ho provato scariche di energia che nessun cantante, neppure il sommo Bobby, mi hanno mai dato. Marco, che era con me, può confermare. Ora aspetto con impazienza di vederlo con la e-street band. Bruce non avrà inventato nulla, ma ha dato e continua a dare una prorompente linfa vitale alla musica…E vi pare poco?

  2. lisa Says:

    Non posso trattenermi dal commentare, ma il problema è che non so da dove cominciare. Il mio inizio è stato con una cassetta, una cassetta di tracks che il mio ragazzo neopatentato mi faceva ascoltare in macchina e che gli ho sgraffignato…dove c’era una della canzoni che più amo di Bruce, Happy. Poi c’è stato The Rising, il primo concerto (mi ha sfinito!) e una lunga serie di concerti che valevano il doppio di quello che li ho pagati, e un paio di concerti “mancati” che pagherei il triplo di quello che non li ho pagati. Scalette sempre diverse, non puoi mai sapere con certezza cosa inserirà, e se succede che sbagli concerto e manchi la canzone chicca? Succede che passi mesi senza riuscire più ad ascoltarle senza piangere, e ancora adesso mi viene da piangere quando sento l’intro di piano di Racing all’improvviso. Non si può descrivere Bruce, ma non perdetevi la possibilità di sentirlo in concerto, pagate oro i suoi biglietti facendo la fila dall’alba davanti ad un negozio o cercando con il cuore in gola di entrare nel sito che vende i suoi biglietti, perchè vale molto più di questo. Noi non abbiamo mai visto i Doors live, o i Pink Floid (tranne pochi, ma io sono fuori generazione) ma lui c’è, adesso, e merita di essere visto. Non ci sarà per sempre, non con la band al completo. Ogni concerto mi chiedo se non sarà l’ultimo, non si può mai sapere, ed è così bello esserci stata.
    Al mondo esistono due tipi di persone, quelle che amano Bruce e quelle che non l’hanno mai visto live.

  3. flolex Says:

    Che dire?

    Io sono della categoria che Lisa inquadra come “quelli che non l’hanno mai visto live”…

    …bene, vorrà dire che mi offro volontario come “aggregato” la prossima volta che tu e il tuo boy andrete a sentirlo! 😀

  4. raymonde Says:

    Quello che penso di Springsteen lo scrissi tempo fa qui. in un dialogo tra un fan (un caro amico) e un ascoltatore (io).

  5. mikyjpeg Says:

    Però ti riferivi solo al Pete Seeger Session che, diciamolo, è il più atipico di Bruce in quanto composto per il 90% di canzoni non sue. Anche qualcun’altro era scettico a riguardo (vero Markus?). Però dopo l’arena ha osato un paragone rispetto ad una band che aveva ascoltato nella stessa location da poco: “Pearl Jam?Bravini…” (dopo averli lodati per un mese come migliore band del mondo). Ha detto pure qualcos’altro che al momento mi sfugge 🙂
    Personalmente rimarco quanto ho detto: non si può giudicare Springsteen da un album. Qualunque esso sia. Neppure Born to Run rende giustizia.

  6. markus14 Says:

    No, non concordo assolutamente miky. Mi sono ricreduto sulle Seeger Sessions già ascoltando il disco (comprato originale dopo il concerto nella American Land Edition) ma non ho MAI sminuito la mastodontica performance dei Pearl Jam all’Arena. Sono loro la più grande rock band attuale; la performance di Springsteen è stata una cosa diversa, coinvolgente, straordianria, ma non paragonabile, nè in peggio nè in meglio! Guai a toccare i PJ eh! 😉

  7. bulldog Says:

    In fondo nella turbolenta storia del rock non conta “chi ha saputo dire qualcosa di nuovo” ma piuttosto “come lo ha detto”. Ho sempre visto Springsteen come un profeta metropolitano, un cantastorie dell’America operaia di periferia, in parole povere… IMPERDIBILE! Il suo percorso artistico è a dir poco affascinante, onestamente non sono il fan n.1 di del Boss ma ragazzi, personaggi di questo calibro hanno reso la rock-music il romanzo più straordinario di ogni tempo. Al di là di ogni paragone.

  8. lisa Says:

    Sono testimone oculare del tuo commento sui PJ, Marco, purtroppo l’hai detto…:-) Credo cmq che manchi a tutti una E-Street performace, probabilmente ho sottovalutato il valore dei due concerti che abbiamo visto noi con la band al completo. Vi aspettiamo tutti al prossimo, perchè ci sarà un prossimo e ci sarà la E-Street, non dubito. E spero che ci sarete davvero, non c’è niente al mondo come sentire il pubblico che urla il nome di Bruce, il brusio che cresce man mano che la band sale sul palco, poi aumenta quando sale Clarence Clemons, e diventa un boato quando arriva Bruce. E non c’è niente come sentire lui che saluta dicendo “come state?Sono contento di essere qui, mi mancano i fans italiani” (parole letterali in italiano) o che annuncia Growing Up dicendo (sempre rigorosamente in italiano) “Siamo cresciuti insieme”. O che torna sul palco dopo che luci e maxischermi si erano già spenti per accompagnare al piano il pubblico che continua a cantare il ritornello di Thunder Road, e non si può immaginare la potenza del pubblico che urla in coro liberatorio “Come on rise up”. Questi (e un paio di altri più privati che custodisco gelosamente) sono i momenti che non dimenticherò mai dei suoi concerti. Bhe, non so voi ma io ho la pelle d’oca e il batticuore.

  9. Negro Says:

    I Dire Straits, poi Springsteen. Avete già eviscerato la gran parte della mia pancia musicale. Knopfler e il Boss, i due artisti che più ho amato da bimbo, e che ad ogni ascolto mi lasciano, come succede a Lisa, “pelle d’oca e batticuore”. Perché sulla loro splendida musica si sono incrostati negli anni i nostri ricordi grandi e piccoli. Tutti quei viaggi per andare in vacanza seduto dietro in macchina con un mangiacassette e le loro canzoni a farmi sognare e a salvarmi dal mal d’auto. Le strade tra i boschi, le montagne, le racchette da tennis usate come chitarre. Destino ha voluto che dal vivo li vedessi tutti e due senza la band con cui più li ho amati (Springsteen dopo “The gost..” teatro a Milano e Knopfler l’anno scorso a Villa Pisani).

  10. mikyjpeg Says:

    Ci siamo trasferiti! Commenta sul nuovo sito


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