LOU REED (from 1989 to now…)

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Non potevo aspettare tanto. Non parlare di almeno uno dei miei tre miti musicali nordamericani (gli altri due, se non li avete già capiti, ve li tirerò fuori molto presto) stava diventando qualcosa di opprimente. Conosco Lou Reed e la sua musica ormai da diversi anni: è stato un amore lento ed inesorabile nei confronti delle sue canzoni di strada, dei suoi rock semplici e poetici, della sua voce così fredda e allo stesso tempo così vicina, come fosse quella di un amico. Ma Lou Reed è tante cose, non solo l’indimenticato leader e co-fondatore (insieme a John Cale) di una di quelle band che come poche altre hanno contribuito alla nascita del rock moderno, i Velvet Underground; non è solo quel glam-boy che canta di giorni perfetti e di passeggiate sul lato selvaggio nel suo disco più conosciuto, Transformer; non è solo il poeta decadente e maledetto che concepisce un’opera rock con tutti i crismi (che sta tra le tante portando in scena integralmente in quest’ultimo periodo) come è Berlin; non è solo quel performer incredibile che si staglia in uno dei più bei live di sempre, come Rock’n Roll Animal; Lou Reed è anche questo. Le emozioni che voglio trasmettervi con questo mio post si concentrano sull’ultima fase della carriera dell’impeccabile songwriter newyorkese.

Il 1989 è l’anno della svolta per Lou Reed. Con l’album New York (autentico capolavoro ineguagliato e nella mia personalissima classifica uno degli album rock più belli di sempre) Lou inaugura un decennio e più di musica e parole di livelli assolutamente eccelsi. La poesia metroplitana di quest’album è autentico godimento di orecchie e cuore, di cervello ed anima. Parole che sembrano buttate lì, cantate con noncuranza e freddezza, ma incredibilmente poetiche e sferzanti. C’è tutto, sia musicalmente che intelletualmente, in questo disco. I bambini di strada (Dirty Blvd.), la parata degli omosessuali (Halloween Parade), gli amori difficili e malati (Romeo had Juliette, e si badi bene a quell’ “had”), i reduci del Vietnam (Xmas in February), la sferzata politica (Good Evening Mr.Waldheim). Come se non bastassero dei testi incredibili Lou tira fuori delle melodie e delle note accattivanti, rockabilly, dannatamente semplici eppure dannatamente perfette (le note di copertina di quest’album si chiuderanno con la frase “You can’t beat two guitars, bass & drums”). Il 1989 apre solo le danze per degli anni 90 che saranno discograficamente memorabili. Nel 1990 nasce quel duetto in memoria di Warhol (Songs for Drella) concepito con l’eterno amico-rivale John Cale, dove i due, in completa solitudine, tracciano uno dei più commoventi ritratti di Andy e della Factory. Nel 1992 è di nuovo storia con quel gioiello che è Magic & Loss autentica summa poetica del Lou Reed autore…Magician è una delle cose più belle che siano mai state scritte e tutto l’album si mantiene su un piano stellare. E’ un’amara ed anche matura riflessione sui temi della morte e della malattia incurabile; qui Lou si avvale di un accompagnamento musicale più scarno ma non per questo meno incisivo. Il libretto del disco riporta le traduzioni dei testi in varie lingue tra cui l’italiano: non si perde un briciolo della poesia, segno tangibile della qualità del testo originale. Vuole un tour sobrio e chiede al pubblico di non applaudire prima di aver terminato la performance dell’intero disco. Passando per una breve reunion dei Velvet Underground (presto abortita dopo la pubblicazione di un live, anche per la morte del chitarrista Sterling Morrison) si arriva a Set The Twilight Reeling, album prettamente chitarristico, di un chitarrismo semplice ed effettato, dove Lou ha il tempo di snocciolare ancora ampiamente la sua classe ormai in pieno suo controllo. Un tour sucessivo lo vede esibirsi egregiamente anche in acustico e produrre un live davvero bello e suggestivo come Perfect Night. E il 2000 segna l’arrivo dell’Ecstasy (non quella delle pastiglie ma quella che titola il suo nuovo album e la title track). Se solo questo album fosse stato fatto negli anni 70 si griderebbe tuttora al capolavoro. Passando per degli invidiabili riff à la Rolling Stones (Paranoia K of E), delle trame sciamaniche ed esoteriche (Ecstasy) fino ad arrivare alla frustrazione metroplitana di Rock Minuet, Reed costruisce il suo mondo fatto di sogni ed incubi, di rock e poesia, di frustrazione e sublimazione. Solo nel 2003 arriva il progetto più ambizioso della sua carriera, The Raven, summa poetico-ideal-musicale sull’arte di Edgar Allan Poe. E la tournèe che ne scaturirà, immortalata in uno di quei live che fanno epoca (Animal Serenade), di cui sono stato esterrefatto spettatore della prima italiana (credo il più sentito e bel concerto visto in vita mia, ed il buon Bob Dylan mi perdoni…), è a dir poco epocale. Eccolo qui il Lou Reed moderno, una delle più belle realtà della musica tutta, che in molti però sembrano ricordare soltanto quando passeggiava sul lato selvaggio mentre le ragazze di colore cantavano “tu tu tu tu”…

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9 commenti su “LOU REED (from 1989 to now…)”

  1. Suonatore Jones Says:

    ..caro markus..non potevi aspettare ancora tanto senza il “tuo”Lou Reed..che mi hai fatto conoscere e apprezzare proprio tu!..
    Condivido tutto..New York è stupendo e per un chitarrista offre spunti più che interessanti..Al prossimo concerto sono con te!..Buona giornata a tutti..

  2. mikyjpeg Says:

    New York è un album splendido. Non ne conosco tanti di album di Lou Reed ma questo sicuramente è il mio preferito. Trasformer è sicuramente un grande album con alcuni brani semplicemente eccelsi ma è meno omogeneo nel suo insieme.

  3. profmau Says:

    Ascoltate con attenzione Venus in Furs nella versione del live Animal Serenade: un arrangiamento capolavoro: minimalista, con un violoncello straziante…mi fa venire in mente il quadro di Klimt “Giuditta” che ho recentemente ammirato dal vivo al MART di Rovereto…che potenza evocativa questo brano…


  4. […] visto naufragare la possibilità di andare, se non da solo, ad almeno una tappa del Berlin tour di Lou Reed (e per chi conosce il disco del 1973, Berlin appunto, sa cosa voglio dire), perchè abbandonato da […]

  5. Andrea Says:

    anche per me lou reed è un mito,e proprio in questo momento lo sto ascoltando in 1 dei suoi pezzi più famosi:waiting for my man.nell’ album new york secondo me sono da celebrare in particolare romeo had juliette e dirty blvd che sono dei capolavori da ogni punto di vista.Certo musicalmente parlando i brani di new york e in generale di lou non sono affatto difficili,ma d’altronde sono proprio le cose semplici le + belle…

  6. iMarco Says:

    lou è anche per me uno dei miei tre miti musicali.. insieme a bowie e tom waits…
    ho assistito al suo concerto a milano quest’estate… un grande…


  7. […] visto naufragare la possibilità di andare, se non da solo, ad almeno una tappa del Berlin tour di Lou Reed (e per chi conosce il disco del 1973, Berlin appunto, sa cosa voglio dire), perchè abbandonato da […]

  8. mikyjpeg Says:

    Ci siamo trasferiti! Commenta sul nuovo sito


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