Musica di Natale, Jpeg’s side
E’ il mio turno per illustrare i regali natalizi musicali. Ci tengo a precisare che le considerazioni sugli album sono sub-judice in quanto gli ascolti fin’ora sono stati troppo pochi per dare un giudizio oggettivo finale. Ma veniamo al sodo:
Wooden Ships – Wooden Ships (2007) da profMau. 
Tutto già visto, tutto già sentito. E con ciò non intendo dire che bisogna fare musica “strana” o “originale” a tutti i costi (come purtroppo sta avvenendo in Italia). Anzi, a me questa musica “originale” il più delle volte non piace. La trovo manierista, eclettica e tutto fuorchè musicale. Il più delle volte ovviamente. Daltra parte però non si può limitarsi a scopiazzare i vecchi miti. Perchè questo mini album (35 minuti circa, anche qui a scopiazzare gli anni 60?) di poco originale ha tutto: il titolo e nome del gruppo (già visto da CS&N ai Jefferson Airplane per citarne alcuni), la musica dei Doors e la voce di Jim Morrison (tenuta a basso volume, sia mai che ci si accorga della differenza). Se si trattasse di andare avanti dove i Doors si sono fermati. Invece no, ci si limita a partire con un bel riff psichedelico, chitarre elettriche in sottofondo e tenerlo il più lungo possibile, ai limiti della nausea, intrecciandovi sopra una bellissima calda voce sognante. Subito ti colpisce, ti piace, poi ti fa pensare: ricordi i già citati Doors, il Crosby di If I could only remember my name, i Quicksilver Messanger Service. E ti chiedi ma la psichedelia era solo questo? No, non era solo questo. E’ è un peccato perchè Losin’ time ha un sound grandioso ma ricade anch’essa nel gran problema delle altre: sembra di leggere la prima pagina di un gran libro, ma a ripetizione, senza riuscir mai ad arrivare alla successiva.
Sufjan Stevens – Illinoise (2005) da fabiog. 
Appena parlato male del far qualcosa di nuovo, eccomi a lodare qualcuno che HA fatto veramente qualcosa di nuovo. Si tratta di un giovane songwriter nordamericano che ha deciso di non limitarsi a rievocare il folk solo voce e chitarra alla mano, ma di sfornare un concept-album di incredibile vivacità compositiva. Si tratta di un album lunghissimo, di 22 tracce tutte dedicate allo stato americano dell’Illinoise, dove troviamo mescolati mirabilmente strumenti e sonorità di ogni genere. Un’album complesso che meriterebbe un proprio post (che però dovrà attendere un più accurato ascolto). Per ora lo ritengo un capolavoro assoluto e sono grato a fabiog per avermelo fatto scoprire.
The Cars – The Cars (1978) da likearock. 
Dai lontani anni ‘70 l’ennesimo album di cui non avevo mai sentito parlare. Sembra impossibile ma in quegli anni hanno sfornato davvero l’impossibile! Un’album rock solido, bel sound, buoni assoli di chitarra e qualche effetto elettronico che ricorda molto i primi Queen (daltro canto gli anni sono quelli). Godibile ma non trascendentale.
Marlene Kunz – Catartica (1994) da Azzu. 
Sembra strano ma io non ho mai ascoltato i MK prima di ora. Ebbene si, lo confesso. Per quanto abituè delle feste rock non mi sono mai soffermato ad ascoltarli limitandosi a brevi ascolti ai tempi delle superiori. All’epoca non era la mia musica (pur essendola per molti miei amici). Stavo intraprendendo la strada della scoperta del rock ‘70 e questa musica grezza, cosidetta “alternative” mi sembrava troppo facile e senza sapore. Sono passati tanti anni e devo dire che non è ancora la mia musica pur potendola ora apprezzare sicuramente meglio. Riconosco l’interesse per alcuni pezzi come Festa Mesa o Nuotando nell’aria ma le sonorità sono proprio quelle da cui mi sono tenuto volontariamente lontano nella mia carriera chitarristica. Di conseguenza il mio giudizio è alquanto partigiano, non vogliatemene a male.
Dream Theater – In the Presence of Enemy pt.1 (2007) da flolex. 
Voce del verbo amore infranto. Mi innamorai dei Dream nel 1997 ascoltando Images & Words. Fu amore a prima vista e primo di tutti tra i miei amici acquistai gli altri album. Sono stati il mio primo concerto ed una notte all’addiaccio in quel di Milano. Poi però intrapresero altre strade ed io non li seguii. La tecnica diventò il fine ultimo e la musica solo un mezzo per arrivarci. Il contrario del mio pensiero. Ed eccoli di nuovo qui sulla mia strada. Sono andati avanti anche loro, hanno cambiato qualcosina e si sono intecnicati sempre di più. Portnoy è diventato il capo e Petrucci il predicatore. Una volta si limitavano ad una canzone come part I ora sono arrivati all’album. Sono scettico, devo ammetterlo, ma nonostante l’ascolto questo scetticismo viene solo confermato. Hollow Years sembra di un’altra era, Peruvian Sky è acqua passata. Sarà l’amicizia di Petrucci con Vai? o la voglia di Portnoy di insegnare? Quel che rimane è una prova da laboratorio, asettica e lontana. E loro ci provano gusto. Io no.
Jesse Malin – Glitter in the gutter (2005) da markus14. 
Quest’album mi lascia insoddisfatto. Tutti dicono che si rifà a Springsteen ma io, da springsteeniano, sinceramente non lo sento. Qualche giro magari, ma niente più. Daltronde, senza una band completa (e non ridotta a quattro cinque persone) non si può fare il boss. Inoltre più che rock mi sembra un punk ammorbidito, la voce non è un granchè, le canzoni non sono male ma lasciano il tempo che trovano e non lasciano il segno. In più c’è da dire che le canzoni migliori sono una cover (Bastards of young) e la splendida Broken Radio dove però troviamo il vero Boss che stritola senza appigli il flebile appeal di questo giovanotto. Facile fare i duetti, ma devi considerare il fatto che dopo un duetto del genere (da pelle d’oca nel ritornello) il resto ne perde di brutto. Almeno l’avesse tenuta in coda dopo Aftermath, unico vero pezzo degno di nota.
5 Gennaio 2008 at 12:47 am
Considero anche io il disco di Sufjian Stevens un piccolo capolavoro: ci trovi un po’ di tutto dal cabaret, al cantauotrato younghiano, dal minimalismo di voce e chitarra ad arrangiamenti complessi e sovraprodotti…una piccola enciclopedia di musica americana degli ultimi cinquant’anni. Credo non decollerà mai il progetto iniziale dell’artista che vorrebbe comporre un album per ciascuno dei 52 stati che compongono gli USA (oltre a questo dedicato all’Illinois ce n’è uno precedente dedicato al Michigan, sicuramente di minor impatto).
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Spiace non ti sia piaciuto Jesse Malin: pur essendo io il primo a non reputare Glitter in the Glutter un capolavoro riconosco abbia delle canzoni che scorrono molto bene e che si fanno ascoltare molto più che volentieri…e poi Broken Radio…ma vabbè quella, in fondo, t’è piaiciuta (mai e poi mai avrei potuto immaginare il contrario
6 Gennaio 2008 at 1:49 pm
Sono contento che Sufjian Stevens ti abbia stregato…Illinoise è davvero stata una rivelazione anche per me…
6 Gennaio 2008 at 8:05 pm
Ho ascoltato anch’io Jesse Malin e nonostante subito ti abbia detto che probabilmente sarebbe piaciuto più o me che a Miky perchè si avvicina alla musica che mi piace, purtroppo ho scoperto che non mi piace la sua voce. Ammetto però che potrei essere stata condizionata dal giudizio di Miky.
6 Gennaio 2008 at 8:53 pm
Allora adesso che Michele è a Milano ascoltatelo un po’ da sola…magari senza il suo giudizio finisce per piacerti
23 Giugno 2009 at 11:49 pm
FLOLEX Ma quante volte l’hai ascoltato il disco?(e la canzone in oggetto?)
Per me hai dato la semplice motivazione che danno tutti i denigratori dei dream quando criticano il loro operato (soprattutto il più recente).
A mio avviso un album ai livelli di Metropolis 2000.
ciao
6 Luglio 2009 at 6:59 am
Caro Gio VVF, forse non hai letto bene l’articolo, ma il giudizio che hai letto è di MIKY!!! Il mio nome c’è solamente perché il disco dei Dream è stato UN MIO REGALO di natale per Michele!!!!
Volevo precisare questo in quanto sono pure io dell’idea che Systematic Chaos sia veramente un buon album!
Ho notato poi che che Michele ha sbagliato a scrivere il titolo dell’album inserendo invece il titolo della prima canzone… Questo mi fa seriamente pensare su come e quanto abbia realmente ascoltato approfonditamente l’album senza averne già dei pregiudizi…
…è veramente un peccato…